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La superficie del reale di Samuele Santi – Ascoli Piceno – dal 21 novembre al 13 dicembre 2009

9 nov, 2009 | di redazione | Argomento: Arte

evento arte Ascoli PicenoL’Idioma Centro d’Arte di Ascoli Piceno presenta La superficie del reale, la personale di Samuele Santi a cura di Cristina Petrelli.

«La crudeltà dell’artificio sulla superficie del reale», inciso di Joel Meyerowitz, è stato scelto per guidare all’interno della più recente produzione dell’artista.

Nell’ultimo lavoro, presentato in mostra, Samuele Santi si sofferma insistentemente sull’architettura. Gli edifici, sulle sue tele, sembrano involucri chiusi, inaccessibili dall’esterno. La riflessione passa, ampliandosi, dalla singola costruzione alla città nel suo complesso.

L’architettura diventa immagine visibile del mondo, superficie del reale. Attraverso il colore sonoro e vivace, l’artista interviene su questa immagine modificandola.

L’arte, nell’accezione specifica della tecnica pittorica, trasforma il mondo, lo interpreta in modo soggettivo. Le tonalità accese e le pennellate energiche pongono un filtro suadente, che attrae e invita. Libertà costretta in superficie, quella crudele dell’artificio.

«LA CRUDELTA` DELL’ARTIFICIO […]»[1]

Un involucro chiuso. L’osservazione permette di capire se si tratta di un elemento statico oppure in movimento, di valutare il suo rapporto con il contesto circostante, di vederne il colore e se è illuminato o oscuro. Attraverso il contatto ne sondiamo l’eventuale resistenza o fragilità, freddezza o calore, levigatezza oppure ruvidità.

Possiamo acquisire numerose informazioni, ma non riusciamo ad oltrepassare la barriera costituita dalla sua superficie esterna. Un limite che separa e non permette di accedere. Una riflessione che orienta anche l’ultimo ciclo di lavori di Samuele Santi.

Forme regolari si accostano sulla tela. Le linee delimitano zone precise racchiudendo il colore. I segmenti corrono paralleli per poi spezzarsi in piani inclinati e rette perpendicolari. La superficie viene suddivisa in campiture nette, dove la pittura si dispone concedendo stratificazioni di materia, pastosità e gocciolature. Il colore si presenta svincolato da qualsiasi sudditanza rappresentativa e assume tonalità decise e contrastanti. Un rapporto forma-colore finalizzato all’equilibrio compositivo. L’artista accetta i limiti imposti dalla superficie, arrendendosi alla bidimensionalità. Notiamo, però, come si soffermi su un unico soggetto. In modo ripetuto, insistito, ossessivo, concentra la propria attenzione su degli edifici. Immagini di architetture, per lo più tratte da riviste di settore, offrono lo spunto per reagire. La superficie viene ad accogliere le relazioni fra pieni e vuoti, l’assemblaggio dei volumi, le forme che indicano l’impiego dei diversi materiali. Mediante accenni prospettici, ombre e vetrate, la tela suggerisce la profondità, articolandosi per piani. In uno spazio concepito come luogo architettonico si aspira alla tridimensionalità.

Percorre le opere una tensione latente, generata dalla convivenza forzata di tendenze opposte. Registri interpretativi diversi si sovrappongono. Superficie e profondità, pittura e architettura, bidimensionalità e tridimensionalità coesistono sulla tela in un conflitto irrisolto che satura completamente lo spazio a disposizione.

Esiste una distanza tra noi e il soggetto dell’opera. L’espediente del parapetto in primo piano accentua questa condizione creata dall’autore. Viene impedito di avvicinarsi, di entrare, di partecipare. L’osservazione costringe a una visione esterna che trasforma la costruzione in un involucro chiuso. Scuote dal torpore, sollecitando i sensi, solo il colore, con le sue tonalità sonore e la stesura libera. Si rimane in superficie. Questi edifici sono presenze silenziose, inospitali, dove non vi è traccia di vita, né umana, né animale, né vegetale. «Elementi architettonici che gravano sulle strade come lastre di un sepolcro […]»[2]. Volumi ordinati, precisi, puliti che, sotto certi punti di vista, riconducono alla sensazione di sospensione evocata dalle Piazze d’Italia di Giorgio De Chirico e all’estraniamento presente nelle opere di Edward Hopper, dove ogni elemento risulta isolato, chiuso verso il mondo esterno. Gli affetti non sono contemplati.

In modo inevitabile, ma non banale, Samuele Santi conduce ad indagare la relazione tra l’uomo e il contesto in cui vive. L’analisi passa attraverso la scelta dei soggetti. Si tratta di spazi a cui è stata data una forma, di ambienti costruiti dall’uomo per l’uomo.

Edifici che appaiono immodificabili, immobili, incorruttibili. Lo sguardo dell’artista si posa sull’architettura, evidenziando come questa aspiri a una perfezione lontana dalle leggi che regolano l’esistenza. Spazi quotidiani che restano indifferenti all’agire umano, come nel lavoro di Ulla von Brandeburg. Presentato come video-installazione all’ultima Biennale di Venezia, Singspiel è un intervento complesso in cui l’artista fonde sapientemente differenti linguaggi. Davanti al suo video veniamo trasformati in puri punti di osservazione, come in After Dark di Murakami Haruki. «Siamo degli invasori anonimi e invisibili. Osserviamo. […] Ma non siamo concretamente presenti in quel posto, e non lasciamo tracce»[3]. La telecamera si muove all’interno delle stanze di un’abitazione, inquadrando i componenti del nucleo familiare. Ognuno è intento alla propria attività, la vita si svolge normalmente, ma le pareti appaiono nude, gli angoli vivi, le superfici lisce. L’uso del bianco e nero accentua un contesto in cui tutto ciò di cui l’uomo è solito circondarsi, che accumula per colmare il vuoto, è sparito.

Gli ambienti della Villa Savoye a Poissy vicino Parigi, scelti dall’artista per la realizzazione di questo lavoro, diventano il riflesso esatto di questa condizione. Progettata da Le Corbusier e costruita negli anni 1928-’31, la villa è un capolavoro dell’architettura Moderna e sembra posarsi «[…] nel mezzo dell’erba come un oggetto […]»[4]. Uno spazio equilibrato, perfetto, in cui non trovano posto l’anomalia, la diversità, il dolore. Eppure il destino dell’uomo viene egualmente a compiersi. Soltanto che la telecamera esce dalla casa e si sposta nel giardino. Nell’ambiente naturale, organico, i protagonisti del video osservano una sorta di rappresentazione teatrale. Assistono inermi, mentre il sipario nero aperto svela la malattia di un loro caro. La saturazione della tela, le campiture regolari, gli stati di colore tengono lontano il vuoto.  «La crudeltà dell’artificio sulla superficie del reale»[5] Cristina Petrelli

Samuele Santi è nato a Fossombrone (PU) nel 1970. Dopo il diploma all’Istituto Statale dArte di Urbino ha conseguito la laurea in Architettura IUAV di Venezia. Vive e lavora a Fossombrone.

Mostre personali: 2009 La superficie del reale L’Idioma Centro d’Arte di Ascoli Piceno, Architexture Galleria Exhibition Art di Fano (PU); 2008 Genesi Galleria Exhibition Art di Fano (PU); 2007 Xsonale Castello di Frontone (PU).

Mostre collettive: 2009 Il Mito: da Andy Warhol a Mario Schifano alla Digital art Palazzina Azzurra di San Benedetto Del Tronto (AP), Jesinudacruda Galleria del Palazzo dei Convegni di Jesi (PU); 2008 Fluidità contemporanee Galleria Rosso Cinabro di Palombara Sabina (RM); 2007 Opere nude associazione culturale La Scala Segreta di Fano (PU); 2006 Pelle cruda Casa Museo Quadreria Cesarini di Fossombrone (PU); 2000 L’altra faccia Pescheria – Centro per le Arti Visive di Pesaro. Tra le pubblicazioni si segnalano le illustrazioni per la copertina e booklet interno di Non voglio morire cd musicale del gruppo Resurrecturis, Copro/Basket Productions, Oxfordshire (UK), 2008/09.

L’IDIOMA
Centro d’Arte
Via delle Torri, 23
63100 Ascoli Piceno
0736.254740

SAMUELE SANTI
La superficie del reale
cura: Cristina Petrelli
21 novembre – 13 dicembre 2009
Inaugurazione sabato 21 novembre ore 18,00
Orari: feriali 18,00 – 20,00 / festivi 10,30 – 12,30

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